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Internet delle cose

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Forse non avrà un nome particolarmente bello o evocativo, ma il fenomeno Internet delle Cose (abbreviato in IoT, dall’inglese Internet of Things) è oramai pronto per entrare di prepotenza nella nostra vita. La capillare diffusione dei dispositivi personali come smartphone e tablet ed il crollo dei prezzi della connettività mobile, accoppiati alla crescente riduzione dei costi dei sistemi digitali di controllo, hanno creato le condizioni ideali per concretizzare uno dei vecchi sogni della fantascienza: vivere in un ambiente intelligente(1) in grado di interagire in modo naturale ed autonomo con i suoi abitanti.
Già nel 1989 gli sceneggiatori di Ritorno al Futuro Parte II prevedevano che nel lontano 2015 sarebbe stato possibile parlare ai propri elettrodomestici, come in questo clip, mentre giusto dieci anni dopo Microsoft produceva un interessante concept per dimostrare come la tecnologia avrebbe reso più semplice la vita nel futuro:

E’ un video che per l’epoca era facile considerare altrettanto fantascientifico quanto il film di Bob Zemeckis, ed in effetti chi di noi ha vissuto quegli anni ricorda bene quale fosse il livello tecnologico del periodo. Con gli occhi di oggi possiamo constatare che invece si è rivelato poco visionario in termini reali, e che al di là di qualche ingenuità di fondo, la realtà è andata ben oltre la fantasia dei suoi autori.

In effetti oggi siamo di nuovo in prossimità di un anno zero, e sono tanti i segnali ad indicare che si profila all’orizzonte un cambiamento ben più profondo.
Oggi le funzioni della futuristica smart home di Microsoft sono comunemente realizzabili installando un buon impianto di domotica: una sorta di personal computer che consente di gestire, anche a distanza, gli elettrodomestici di casa. Grazie al computer che li controlla, ed alla capacità di reagire a dati rilevati da sensori, è possibile migliorare il comfort e ridurre nel contempo i costi di gestione, regolando – ad esempio – il livello di illuminazione artificiale in relazione a quella naturale o abbassando le tapparelle in presenza di forte sole o di pioggia.

E’ una tecnologia che oggi è sostanzialmente circoscritta all’ambiente domestico, ma che è tecnicamente in grado di essere interconnessa alle stesse infrastrutture – internet e le reti locali – che hanno accorciato le distanze e dato il via all’era dell’informazione. E grazie alla possibilità di condividere dati con altre piattaforme, questi dispositivi potrebbero percepire il mondo, riconoscere le persone ed assolvere a funzioni personalizzate per ogni singolo utente.

Cosa significa percepire il mondo, e che benefici può portare?

Faccio un esempio con un oggetto che oramai è entrato nella vita di tutti, il navigatore. Ieri era un oggetto autonomo ed indipendente, al più lo si collegava al computer per aggiornarne le mappe. Oggi è sempre più spesso un oggetto connesso, ed è probabilmente è il primo bene di largo consumo ad utilizzare efficacemente il fare rete che è alla base di Internet delle Cose.
Ieri un navigatore era in grado di elaborare il percorso migliore sulla base di informazioni statiche, contenute nelle mappe. Stop. Oggi lo stesso oggetto è in grado di collegarsi via internet ad un server centrale, comunicando dati anonimi di traffico. L’azienda che gestisce il servizio può attingere quindi ai dati di una grande quantità di navigatori in movimento per il paese. Dalla loro analisi è facile ricavare indicazioni sullo stato delle percorrenze, e quindi determinare ingorghi o rallentamenti. Queste segnalazioni sono ritrasferite via rete ai navigatori delle persone interessate, che possono quindi essere dirottate su itinerari alternativi.
Chi è abbonato a servizi di questo tipo ha un duplice ruolo: è un utente, ma è allo stesso tempo anche un sensore. I suoi dati sono la chiave di un servizio altrimenti difficilmente erogabile. E’ evidente l’importanza del dato, il ruolo della condivisione, e come questa sia, in linea di principio, utile a tutti. Non solo perché consente ad ognuno di utilizzare il percorso più conveniente per spostarsi, ma anche perché una sua diffusione su larga scala poterebbe alla drastica riduzione dei colli di bottiglia e, quindi, ad un uso più efficiente delle strade disponibili.

Oggi il servizio di segnalazioni sul traffico è molto diffuso, anche se ogni azienda utilizza dati proprietari, circoscritti al proprio circuito. E’ però evidente che se fosse possibile mettere in comune i dati di tutti gli utenti-sensori, il beneficio sarebbe collettivo e generale. E’ valido il vecchio detto l’unione fa la forza: più dati a disposizione significa poter ricavare informazioni più precise e dettagliate.

In effetti l’ostacolo maggiore sulla strada di IoT è costituito proprio dalla possibilità di condividere dati in un formato aperto e non proprietario. E’ un concetto che ritroviamo spesso quando si parla della pubblica amministrazione, quello degli open data. Nella cultura attuale sono considerati qualcosa di personale, ma sono uno degli elementi chiave del processo evolutivo verso internet delle cose, ed i suoi benefici concreti dipenderanno strettamente dall’esistenza di queste condizioni.

Un altro ostacolo è la capacità di oggetti di diversa natura di dialogare fra loro.
Rimanendo nello stesso esempio, abbiamo visto che il nostro navigatore è in grado di calcolare il tempo necessario per recarci al lavoro in relazione alle condizioni di traffico.
La semplice condivisione di questa informazione può contribuire a migliorare la nostra vita. Potrebbe essere utilizzata dalla nostra sveglia, per regolare l’ora di allarme in relazione alle condizioni di percorrenza, o dal forno per avviare la cottura al momento ideale per farci trovare il pasto pronto e caldo al nostro ritorno a casa.

La stessa logica può essere estesa a tanti dispositivi che, fino ad oggi erano semplici sistemi di regolazione, e che oggi grazie a capacità di elaborazione locale possono apprendere le abitudini degli utilizzatori. Un esempio per tutti è il classico termostato ambientale. In origine era un banale dispositivo elettromeccanico: una semplice lamina bimetallica che azionava un interruttore. Si è passati nel tempo a sistemi più sofisticati, in grado di gestire temperature diversificate per zone e giorni della settimana diversi, ma molto complessi da gestire. Oggi siamo arrivati ad avere nuovi prodotti che non solo sono in grado di apprendere le abitudini dei suoi utenti e di regolarsi di conseguenza, come il termostato Nest, ma anche di colloquiare attraverso la rete.

E’ proprio il colloquio la chiave di volta della nuova tecnologia. Grazie allo scambio di dati, IoT rende trasparenti e naturali azioni altrimenti molto complesse, se un semplice gesto come l’impostazione del tragitto sul navigatore può metterci in grado, giunti a casa, di trovare l’abitazione in uno stato ottimale, grazie ai dati rilevati dalle fonti più varie.
La scommessa per il futuro di questo settore, che ha in prospettiva la capacità di rivoluzionare il nostro approccio alla vita di tutti i giorni, si gioca proprio sulla capacità dei vari attori in gioco di mettere a punto sistemi aperti per fare circolare l’informazione, nonché sulla abbondante disponibilità di dati altrettanto aperti e condivisibili.
Sono elementi su cui le grandi aziende dell’informatica sono già al lavoro da tempo.

Le applicazioni concrete, comunque, richiedono un impegno più generalizzato. Prendiamo ad esempio uno dei miti della domotica, il frigorifero in grado di comunicarci cosa conserva. Le grandi aziende ne stanno producendo da anni, con risultati molto deludenti. Dotare un elettrodomestico di un sistema di elaborazione, ammesso che non ci sia già, e metterlo in condizione di colloquiare via rete è tecnicamente abbastanza banale e anche relativamente economico,. E’ invece molto più complesso metterlo in grado di comprendere autonomamente cosa conserva al suo interno.
Gli approcci seguiti sino ad ora sono collaborativi e, come nel video di Microsoft, basati su un costante intervento umano: ma è qualcosa che non funziona nella vita di tutti i giorni.
La tecnologia per automatizzare il settore esiste da tempo, e si chiama Rfid, un equivalente elettronico dei codici a barre che può essere interrogato a distanza allo stesso modo dei microchip dell’anagrafe canina. Accoppiata ad un sistema in grado di pesare individualmente i vari elementi, come dei contenitori con cella di carico, è in grado di rilevare autonomamente cosa c’è realmente nella pancia del nostro frigo.
Per la sua realizzazione pratica non è sufficiente la sola abilità tecnologica del costruttore dell’elettrodomestico. E’ necessario anche l’impegno dei produttori dei generi alimentari e della grande distribuzione, sia per incorporare la tecnologia Rfid nelle confezioni, sia per mettere a disposizione della collettività i dati necessari ad associare il codice ad un prodotto ed ai suoi parametri (come peso, scadenza, lotto, tara).

E’ un percorso, quindi, che richiede l’intervento congiunto di moltissimi attori, e che quindi sicuramente metterà un po’ a carburare. Ma la strada è tracciata: è solo questione di tempo per vederla integrata nella nostra vita quotidiana.

Vi è solo una cosa, assolutamente da non trascurare e sottovalutare: la sicurezza. Ogni dispositivo con connesso ad internet non solo è potenzialmente attaccabile, ma può essere potenzialmente utilizzato in modo malevolo anche a nostra insaputa. Un paio di anni or sono fece un certo rumore il fatto che uno smart-tv di una nota azienda aveva la brutta abitudine di trasmettere al produttore informazioni su cosa venisse visualizzato. Probabilmente si è trattato di una svista, ma non dimentichiamo che la sicurezza è importante e che spesso la nostra privacy è legata solo alla robustezza di una password. Un esempio per tutti: un sistema di videosorveglianza a cui non è stata cambiata la password standard, che è quindi di pubblico dominio, può essere una porta spalancata nella nostra vita.

Per chiudere può essere interessante fare un piccolo confronto con la smart house di Microsoft del 1999 e la visione del domani che la stessa casa di Redmont ha oggi – il video è di marzo 2015.


1) forse è superfluo precisarlo, ma gli inglesi in questo sono più precisi di noi, ed hanno due termini distinti per definire l’intelligenza: intelligent e smart. Intelligent è quella innata, cioè il Q.I., mentre smart è l’abilità acquisita tramite esperienza o studio, che noi definiremmo essere in gamba. Ad evitare confusioni, in questo post uso il termine intelligente nella seconda delle accezioni.

La foto del titolo è di LG.

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L'autore

Consulente Informatico, blogger, problem solver, radioamatore. Ho iniziato la mia attività nel 1977 sviluppando sistemi di calcolo nell'area energie alternative e rinnovabili e da allora mi sono sempre interressato delle frontiere della tecnologia. Nel 1984 sono stato fra i pionieri delle BBS, i primi servizi telematici pubblici, e l'anno successivo ho portato in Italia Fidonet, la prima rete pubblica mondiale, che ho coordinato sino al 1994. Sono attivamente su Internet agli inizi degli anni 90, Nel 1998 sono stato fra i primi a credere nella convergenza digitale, arricchendo internet con materiale multimediale, come audio e video, anni prima del Web 2.0. Continuo da sempre ad occuparmi di informatica e di tecnologia con un occhio attento al futuro che ci attende. Continuo a lavorare come consulente informatico, con una specifica competenza in sicurezza, reti di comunicazione, sistemi operativi e tecnologie di virtualizzazione.