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Italian Crackdown, 21 anni dopo.

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L’11 Maggio del 1994, ventun anni or sono, prendeva drammaticamente corpo l’operazione Hardware1, più tristemente nota come Italian Crackdown o Fidobust. All’alba di quel mercoledì, uno spiegamento di forze senza precedenti perquisiva contemporaneamente le sedi di 173 BBS pubblici, sequestrando indiscriminatamente tutto ciò che, nella perquisizione, avesse anche lontana attinenza con l’informatica.

Nonostante all’epoca internet fosse una entità ancora da venire, la telematica personale era nel nostro paese una realtà consolidata, in larga parte grazie alla presenza diffusa di Fidonet, una rete internazionale di sistemi telematici aperti, gratuiti e connessi in rete fra di loro, che offrivano servizi di messaggistica e distribuzione di quello che oggi definiremo software aperto. Dal 1985, anno in cui aprendo Fido Potenza, uno dei primissimi BBS Fidonet in Europa, portai la nuova tecnologia in Italia, la nostra rete – composta esclusivamente da entusiasti innovatori che investivano tempo e risorse nell’interesse della collettività – si era profondamente evoluta ed era arrivata ad interconnettere alcune centinaia di sistemi locali, che assommavano svariate migliaia di utenti.

Erano gli anni pionieristici della prima diffusione dei personal computer, ma in Fidonet vi era già grande attenzione alle problematiche legate alle licenze ed al copyright: il nostro regolamento (la policy) imponeva infatti che “(il gestore del nodo) non promuove o partecipa alla distribuzione di software piratato e non ha altri tipi di comportamento illegale via FidoNet”, norma che nel lungo periodo in cui sono stato coordinatore nazionale è sempre stata rispettata senza grandi problemi.
Anticipavamo di gran lunga una direttiva CEE, che nel 1992 invitava gli stati membri ad emanare regolamentazioni nazionali atte a tutelare il diritto di autore in materia di software, che, in mancanza di legislazione specifica, era interpretato in maniera del tutto disomogenea.

L’Italia scelse di andare ben oltre le richieste CEE, ed associò alla detenzione di software non originale non solo conseguenze civilistiche, ma anche pesantissime sanzioni penali. Nonostante la legge le limitasse ai soli casi in cui vi fosse finalità di lucro, l’interpretazione che ne veniva data in quei tempi era che il lucro fosse costituito dal mancato esborso di denaro, senza sostanziale differenza se a duplicare abusivamente software fosse un ragazzino collezionista o un negoziante che lo vendesse illecitamente.

Sta di fatto che l’indagine prese il via proprio da due ragazzini del pesarese che scambiavano software. Nei loro computer fu trovato un elenco di BBS ai quali, come altre migliaia di appassionati, si collegavano frequentemente. Furono proprio quei numeri memorizzati ad essere considerate le prove principe dell’esistenza di una estesa organizzazione dedita allo spaccio di software. Cosa che aggiunta all’assioma che il possesso di una apparecchiatura atta alla duplicazione (leggi, un computer) giustificasse le perquisizioni, diede il la all’operazione, sostenuta da accuse pesantissime (associazione a delinquere, duplicazione fraudolenta di software, violazione di sistemi informatici terzi, persino contrabbando), e senza alcuna indagine preliminare.
E’ inutile sottolineare che la vicenda sconvolse la vita di tantissime persone, animate solo da interesse verso la tecnologia e volontà di offrire un servizio alla collettività. La loro unica colpa fu di avere il numero del proprio BBS registrato nella rubrica telefonica delle persone sbagliate, pagando così lo scotto dell’incompetenza altrui nei confronti di una materia nuova e ostica.

Con il tempo fu evidente come la realtà fosse totalmente diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti, e che i sysop della rete Fidonet erano completamente estranei al mondo della pirateria del software. Ma la vicenda fu estremamente dolorosa ed ebbe come conseguenza la decimazione della rete. Oltre ai tanti nodi chiusi perché sottoposti a sequestro, e che non riaprirono più, fummo in molti a ritenere che il rischio derivante dal gestire un BBS fosse assolutamente ingiustificato ed a chiudere le attività.

Ritenevo però che la vicenda costituisse una grave limitazione alla libertà individuale per un gruppo di persone animate solo dall’interesse per la tecnologia e dalla voglia di innovare, e trovavo assurdo che una nazione del livello dell’Italia potesse avere comportamenti simili. Sentii quindi la necessità di scrivere una lettera all’allora Presidente della Repubblica, Scalfaro, per rappresentare l’inquietudine mia e delle persone che all’epoca coordinavo:

Al Presidente della Repubblica Italiana
Dott. Prof. Oscar Luigi Scalfaro

Potenza, 21/05/1994

Signor Presidente, la nostra associazione culturale ha lo scopo di promuovere la conoscenza e lo sviluppo di tecnologie avanzate in materia di telecomunicazioni, informatica e telematica.
Al pari di altre realtà similari presenti sul territorio nazionale, questa opera viene svolta in spirito di puro volontariato, senza fine alcuno di lucro, sopportando anzi i non trascurabili costi di gestione.
Tali presenze mettono a disposizione di migliaia di appassionati, per lo più in giovane eta, sistemi di telecomunicazione avanzati e tecnologie altrimenti fuori dalla portata del comune cittadino, favorendo cosi la comunicazione e lo scambio di informazioni, di carattere sia scientifico che semplicemente ricreativo.
In una nazione al passo con i tempi – come l’Italia deve essere – ove sempre più la conoscenza e la dimestichezza con l’informatica e con i sistemi di comunicazione avanzati assume un ruolo determinante per il futuro, riteniamo che tale opera possa avere, ed abbia in concreto, una significativa valenza sociale.

Grazie ai sistemi telematici a noi associati, e grazie a tutti gli altri che appartengono a “reti” diverse, migliaia di persone hanno potuto dibattere ed approfondire tematiche di tutti i generi; dagli Scout ai volontari per la pace, dagli appassionati di letteratura alle guardie ecologiche volontarie, dai cultori di lingue straniere ai centri di assistenza agli immigrati, tutti hanno potuto e possono giovarsi dei nostri servizi gratuiti.
Pochi giorni or sono questa situazione e stata di colpo sconvolta da una iniziativa della Magistratura di Pesaro che, a seguito di indagini sulla pirateria dei programmi per elaboratore elettronico, ha emesso una lunga serie di ordinanze di sequestro di sistemi telematici amatoriali.
Gli interventi operati dalla magistratura, tramite gli agenti della Guardia di Finanza, sono evidentemente tesi alla individuazione di coloro i quali, sfruttando questi sistemi telematici, e carpendo la buona fede di tanti volontari, ne approfittano per goderne dei frutti illeciti.
Per noi, quindi, l’azione degli inquirenti non può che essere positiva, perché ci aiuta ad estirpare una volta per tutte questa mala pianta che stava, evidentemente a nostra completa insaputa, nascendoci in seno; inoltre la completa fiducia che abbiamo nella magistratura italiana ci fa sperare in una pronta e sicura soluzione.

Tuttavia le operazioni di polizia condotte in questi giorni hanno finito per colpire un numero rilevante di operatori di sistema che nulla avevano a che fare con i fatti posti ad oggetto delle indagini. Ciò e stato favorito dallo strano assioma posto a giustificazione delle tante perquisizioni e sequestri operati (cosi come risulta dagli “avvisi di garanzia” notificati), spesso con l’ausilio di personale non confortato da una sufficiente conoscenza tecnica degli strumenti posti ad oggetto dei controlli: “poiché un soggetto ha in proprio possesso strumenti tecnici teoricamente atti a commettere un reato” esso può essere sottomesso a perquisizioni, sequestri e procedimenti giudiziari.
E’ da considerare che frequentemente l’asportazione dei computer utilizzati per la gestione dei sistemi telematici ha causato gravissimi danni alle attività economiche dei singoli operatori volontari, che spesso adoperano la medesima macchina (per evidenti motivi di economicità) anche per il proprio lavoro. Tali danni materiali si sono quindi aggiunti allo spavento, allo sgomento provato da chi, onesto cittadino, ha visto piombare in casa propria forze di polizia pronte ad affrontare qualunque evenienza. Inoltre e facile prevedere i costi che dovranno essere sopportati per le spese legali necessarie al prosieguo dello svolgimento giudiziario.
Tutto ciò ha indotto nella disperazione e nel timore un grande numero di volontari che, d’un tratto, si sono visti potenzialmente trasformati in cospiratori informatici ed indagati di gravi reati.
La stragrande maggioranza di essi fa capo a una rete telematica mondiale che sin dalla sua nascita, oltre un decennio fa, ha sempre avuto ferree norme contro la pirateria informatica.

La notizia, circolata in un baleno in una realtà che basa la sua esistenza sulle comunicazioni, ha creato scompiglio e paura anche in tutti i fruitori dei servizi telematici, inducendo molti a privarsi di questi strumenti ed a chiudere i sistemi telematici per paura di ingiuste conseguenze.
La nostra viva preoccupazione e che si scateni una sorta di ‘caccia alle streghe, ove il semplice appartenere ad una determinata categoria (o addirittura il semplice possedere apparecchiature informatiche atte anche alla comunicazione) possa costituire elemento di dubbio sulla onesta ed integrità del cittadino.
Questa situazione creerebbe grave nocumento alla telematica amatoriale senza, peraltro, fornire risultati apprezzabili alla giustissima lotta alla pirateria informatica; costituirebbe altresì una forte limitazione alla libertà dei cittadini della Repubblica.

Poiché il rischio di simili evenienze già è avvertibile sulle pagine dei giornali a larga diffusione e poiché riteniamo che i principi motore delle nostre azioni (libertà di pensiero e di comunicazione) ed i principi generali del diritto italiano (fra qui quello di essere ritenuti innocenti fino a prova contraria) trovino in Lei il più alto e convinto interprete, ci appelliamo pertanto a Lei, in quanto primo garante della Costituzione ed in quanto Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché voglia seguire, per quanto le sarà possibile, le vicende segnalatele, perché possano trovare giusta soluzione nel più breve tempo possibile, soprattutto nel rispetto di tutte le conquiste di civiltà ottenute dal nostro paese.

Lettera che, come è facile immaginare, ha prodotto giusto una risposta formale.

L’intera vicenda è ricostruita dettagliatamente in un libro di Carlo Cubitosa, ‘Italian Crackdown’, edito da Apogeo.

Il logo fidonet ascii-art è di John Madil, quello grafico è di Dmitriy Ignatov

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L'autore

Consulente Informatico, blogger, problem solver, radioamatore. Ho iniziato la mia attività nel 1977 sviluppando sistemi di calcolo nell'area energie alternative e rinnovabili e da allora mi sono sempre interressato delle frontiere della tecnologia. Nel 1984 sono stato fra i pionieri delle BBS, i primi servizi telematici pubblici, e l'anno successivo ho portato in Italia Fidonet, la prima rete pubblica mondiale, che ho coordinato sino al 1994. Sono attivamente su Internet agli inizi degli anni 90, Nel 1998 sono stato fra i primi a credere nella convergenza digitale, arricchendo internet con materiale multimediale, come audio e video, anni prima del Web 2.0. Continuo da sempre ad occuparmi di informatica e di tecnologia con un occhio attento al futuro che ci attende. Continuo a lavorare come consulente informatico, con una specifica competenza in sicurezza, reti di comunicazione, sistemi operativi e tecnologie di virtualizzazione.

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