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BYOD e la scuola di domani – 3: la tecnologia

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Abbiamo visto che il modello funzionale BYOD può essere considerato un buon compromesso fra fattibilità, costi e benefici. Cosa serve per trasformarlo da progetto in realtà quotidiana?

Apparentemente la risposta potrebbe sembrare semplice: potrebbe bastare una connessione ad internet che metta a disposizione degli utenti una banda (cioè la quantità di dati trasferiti per unità di tempo) adeguata alle necessità. Ma se analizziamo meglio la situazione, è facile constatare che le cose sono ben più complesse di quanto possano apparire ad una analisi superficiale.

Partiamo dal modello: uno dei punti di forza del BYOD è costituito dalla possibilità di trasformare radicalmente l’organizzazione dell’insegnamento. L’uso della tecnologia consente di virtualizzare lo spazio e rompere le barriere fisiche dell’aula, mettendo l’alunno nelle condizioni ideali di poter utilizzare il suo strumento dove e quando vuole: a scuola, a casa o in qualunque altro posto. Rende semplice l’apprendimento a distanza per gli alunni che siano impossibilitati a recarsi fisicamente a scuola. Mette l’istituzione nelle condizioni di dematerializzare i supporti didattici, dando così un taglio definitivo all’annoso problema delle fotocopie.
E’ ovvio che tutti questi benefici abbiano un contraltare: il primo e più immediato è costituito dalla necessità di disporre di piattaforme per la creazione di librerie di supporto alla didattica. Sistemi attraverso cui i docenti possono memorizzare, ordinare e catalogare i contenuti (come testi, foto, video, link) da somministrare agli allievi nel loro cammino di studio. E’ evidente che queste librerie non solo sono destinate a crescere nel tempo, ma costituiscono un bene prezioso, sia per i docenti che per la scuola.

Come gestirlo?

Dato che le scuole in larga maggioranza non sono né organizzate né attrezzate per affrontare una problematica di questo tipo, è probabile che si rivolgano ad uno dei tanti servizi in rete. Oggi il cloud sembra essere diventato la panacea di tutti i mali, ma è realmente conveniente in un contesto di questo tipo acquistare servizi erogati da aziende esterne? O sarebbe più sensato pensare ad una organizzazione interna alla scuola, che sia in grado di erogare servizi anche all’esterno?
Non è solo una questione di costi, ma anche di convenienza funzionale. Una scuola di medie dimensioni deve essere in grado di supportare le richieste di accesso contemporaneo di svariate centinaia di alunni. E’ ovvio che se per accedere alle piattaforme di materiale didattico è necessario utilizzare internet, la banda necessaria a renderne praticabile il funzionamento diventa inevitabilmente gigantesca: una scuola di medie dimensioni ha sicuramente alcune centinaia di utenti, fra alunni e docenti, ed è certo che tutti utilizzeranno le risorse condivise allo stesso tempo. Senza contare, poi, che in caso di caduta della connettività, evento assolutamente non improbabile, ci si ritrova tutti nell’impossibilità di lavorare.
Ci sarebbe poi anche da considerare quanto sia conveniente legarsi a piattaforme di terze parti per la costruzione di una libreria di contenuti: un lavoro lungo e gravoso, e quindi costoso. In altre parole, è un investimento da ponderare con attenzione e che sicuramente andrebbe valutato in tutti i suoi aspetti, con un occhio particolare ad affidabilità e sicurezza, più che solo per l’aspetto economico.
Disponendo di una banda adeguata non ci sarebbe alcun problema, peraltro, a rendere disponibile la libreria interna anche all’esterno delle mura scolastiche, la connettività necessaria sarebbe peraltro nettamente inferiore rispetto a quella necessaria ad accedere a servizi cloud.
Quanto alle piattaforme, nel panorama dell’open source, di cui sono da sempre strenue sostenitore, vi sono ottime e consolidate soluzioni disponibili.
In altre parole, è un problema di competenze più che di risorse.

Ma diamo per scontato che la scuola abbia a disposizione la sua piattaforma di contenuti, interna o esterna che sia. Diventa a questo punto necessario distribuirne i contenuti, assieme ai contributi provenienti da internet, a tutti gli alunni e docenti.

Un po’ di access point qua e là ed il gioco è fatto?

In realtà anche qui le cose sono significativamente più complesse. Se una scuola di medie dimensioni ha almeno 700 alunni (sei sezioni di cinque classi per ventidue alunni), a cui vanno aggiunti docenti e LIM, è necessario disporre di una rete interna con qualche gigabit di banda per garantire un livello di funzionalità sufficiente all’implementazione del modello BYOD.
Se dovessi applicare il modello statistico alla mia esperienza diretta con reti delle scuole con cui ho avuto rapporti, ed integrata a quello che leggo in giro, dovrei concludere che la totalità delle scuole italiane non dispone di una rete nemmeno lontanamente adeguata allo scopo. Per quanto sono certo che esistano le ovvie eccezioni, il problema comune deriva dal fatto che le reti dati sono impianti la cui importanza è comunemente sottostimata, che sono spesso costruite con la logica dei mattoncini giocattolo danesi, e molto raramente sono invece frutto di una progettazione che tenga in conto la scalabilità dell’infrastruttura – ovvero la capacità di crescere, evolvendosi, in relazione alle necessità dei suoi utilizzatori. Se a questo si aggiunge la comune attitudine della pubblica amministrazione a scegliere la soluzione più economica fra quelle proposte, vista anche la mancanza nell’organico di tante scuole di una figura professionalmente competente a valutare i pro ed i contro delle soluzioni proposte, è facile comprendere le ragioni di questa situazione.
Le reti basate su tecnologia a 100Mbps, che costituiscono la stragrande maggioranza delle installazione delle scuole italiane, sono infatti del tutto insufficienti a veicolare il traffico generato dall’implementazione di un modello BYOD. E non solo è necessario aggiornare le infrastrutture, passando ad una tecnologia più adeguata, ma anche dotarsi di una progettazione in grado di garantire la scalabilità verso l’alto: è infatti scontato il fatto che nei prossimi anni la richiesta di banda andrà progressivamente aumentando.

Ma in una scuola, a prescindere dal modello didattico, la rete dati non può essere considerata solo un semplice strumento di condivisione di risorse. E’ uno strumento didattico, da gestire in modo adeguato in relazione alle esigente dei diversi utilizzatori.

L’approccio più comune è quello di discriminare l’accesso alla rete per mezzo una password,  unica per tutti e casomai gestita direttamente sugli access-point. Si tratta di una soluzione fallimentare: è facile comprendere quanto possa essere segreta una password nota a centinaia di utenti. Inoltre la semplice discriminante dentro/fuori è inefficiente con un numero così ampio di utenti.
E’ necessario, invece, prevedere diversi livelli di accesso a seconda del ruolo dell’utente. Docenti e LIM, ad esempio, hanno necessità diverse da quelle degli alunni. Ogni alunno deve essere inserito in un gruppo classe e questo gestito in relazione alle esigenze del docente in cattedra, che deve avere la possibilità di decidere quali siano le risorse da rendere disponibili per la lezione. Deve essere necessario impedire l’accesso ai dispositivi non autorizzati e controllare la sicurezza dell’intero complesso, prevenendo che la rete stessa possa essere veicolo per la diffusione, anche involontaria di malware o, peggio, di attività di hacking.

In altre parole, la rete deve essere gestita: non è una installazione che si fa una tantum e che può essere lasciata a se stessa. Allo stesso tempo non è qualcosa da affidare ad un manutentore, che ha le competenze per riparare e difficilmente quelle per gestire.
Anche in questo caso esistono software appositamente progettati, con una significativa offerta commerciale ed una buona offerta alternativa in open source. Ma, anche in questo caso, è necessario avere le competenze per gestire la complessità di una scuola anche di medie dimensioni, garantendo il buon funzionamento del sistema e prevenendo, nel contempo, l’insorgere di problemi.

Senza scendere ulteriormente in dettagli, credo di avere reso il concetto: l’implementazione del BYOD è sicuramente una cosa molto positiva e sicuramente utile per la nostra scuola, ma certo non è una banalità. Richiede attenzione e competenza nell’implementazione, ed anche risorse aggiuntive negli organici scolastici per la gestione ordinaria. Nelle scuole superiori, dove è frequente la figura dell’assistente tecnico, la cosa è probabilmente più semplice da implementare. In altre realtà, come ad esempio gli istituti comprensivi,  lo stato si dovrebbe porre realmente il problema di prevedere in organico una figura analoga: affidarsi al docente smanettone (inteso ovviamente nel senso buono del termine) diventa sempre meno produttivo in una visone strategica del comparto informatico.

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L'autore

Consulente Informatico, blogger, problem solver, radioamatore. Ho iniziato la mia attività nel 1977 sviluppando sistemi di calcolo nell’area energie alternative e rinnovabili e da allora mi sono sempre interressato delle frontiere della tecnologia. Nel 1984 sono stato fra i pionieri delle BBS, i primi servizi telematici pubblici, e l’anno successivo ho portato in Italia Fidonet, la prima rete pubblica mondiale, che ho coordinato sino al 1994. Sono attivamente su Internet agli inizi degli anni 90, Nel 1998 sono stato fra i primi a credere nella convergenza digitale, arricchendo internet con materiale multimediale, come audio e video, anni prima del Web 2.0. Continuo da sempre ad occuparmi di informatica e di tecnologia con un occhio attento al futuro che ci attende. Continuo a lavorare come consulente informatico, con una specifica competenza in sicurezza, reti di comunicazione, sistemi operativi e tecnologie di virtualizzazione.

3 commenti

  1. Complimenti per i tre articoli sul BYOD nelle scuole, sei riuscito a mettere bene in evidenza i suoi punti di forza e di debolezza, oltre che la necessità per le scuole di venire fuori dall’improvvisazione con la quale vanno avanti.
    È fondamentale infatti progettare una rete di accesso a Internet in maniera intelligente, ovvero pensando alla sua scalabilità e alle risorse (anche umane) per la sua gestione.
    Mi permetto di aggiungere un ulteriore aspetto che rende il BYOD usabile addirittura anche in contesti nei quali l’accessibilità offerta dalle scuole è limitata o addirittura inesistente.
    Dalla mia esperienza diretta -insegno scienze alle superiori- la quasi totalità dei ragazzi possiede uno smartphone con connettività, ormai i bundle fonia+ SMS+ dati costano meno di dieci euro/mese. Io uso solo servizi cloud per creare e visualizzare contenuti didattici in classe (Google drive), lezioni multimediali (Blendspace, Realtimeboard, Padlet), realizzare verifiche (Edpuzzle, Socrative) e mettere a disposizione materiale e news (http://scienzespiegate.weebly.com). Si tratta di servizi che possono più o meno agevolmente essere accessibili anche sugli smartphone personali degli studenti, con piano dati proprio. Certo, non è la soluzione ideale (es. visualizzare video consuma traffico dati), ma è una dimostrazione di come il BYOD possa davvero essere impiegato a molti livelli e in contesti anche piuttosto disagiati.

    • Giorgio Rutigliano il

      Credo che nell’attuale situazione italiana, in cui l’introduzione delle nuove tecnologie è totalmente demandata alla passione ed alla dedizione del corpo insegnante, sia una soluzione praticabile. In un sistema strutturato potrebbe invece creare dei problemi.
      Grazie del contributo!

  2. Sabrina Anfossi il

    Visto come stanno andando le cose con il decreto di legge della buona scuola, mi viene il sospetto che la scelta di abbandonare le lim in favore del byod più che da motivi didattici sia motivato da banale risparmio di sghei. E dato che quello che dici mi sembra più che giusto, temo che finiremo per fare l’ennesimo passo del gambero…

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